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NUOVA ZELANDA
Sulla Nuova Zelanda fino a qualche anno fa si sapeva in genere ben poco: un'isola solitaria nei mari del Sud, grande produttrice di lana, patria degli All Blacks, gli eccezionali giocatori della nazionale di rugby. Poi a seguito della regata dell'American Cup del 1999 la televisione ha portato per settimane nelle nostre case le immagini di questo paese lontano e la vista dello skyline di Auckland e della sua baia punteggiata di vele bianche ci è diventata familiare. Sulla scia dei successi di "Luna Rossa" giornali e riviste hanno incominciato a scrivere su questo paese sconosciuto formato da due grandi isole e un numero sempre maggiore di turisti è partito alla scoperta di questa inedita destinazione. Quando il 747 della Quantas incomincia la discesa su Auckland siamo quasi all'esaurimento delle nostre riserve di sopportazione; da trentasei ore siamo incastrati con le gambe anchilosate nello stretto sedile e nonostante l'encomiabile sforzo della compagnia di renderci più piacevole possibile il lungo volo con tante attenzioni, non vediamo l'ora di "scendere". All'arrivo riusciamo a dormire veramente bene solo dopo due giorni, non tanto per il cambio di fuso orario, ma perché siamo noi letteralmente fusi dallo stress dei preparativi della partenza e dalla stanchezza del volo.
Alle cinque del pomeriggio tutti i negozi chiudono, la città in pochi minuti si spopola e alle 21 anche i ristoranti abbassano le saracinesche; per noi non c'è altro da fare che ritornare in albergo e guardare la televisione. Siamo alloggiati in un piacevole residence del centro e qui aspettiamo l'arrivo della nave da Amburgo. Alla compagnia di navigazione ci dicono che sono previsti due giorni di ritardo, in fondo sono un'inezia se si pensa che il viaggio dall'Europa, con i vari scali, è durato quasi due mesi.
Il giorno prima dell'arrivo iniziamo a preparare tutta la documentazione necessaria per l'importazione temporanea del camper e quando andiamo al porto il camper è ancora a bordo e ce lo fanno guidare fuori personalmente; per fortuna non ha subito nessun danno durante la traversata. Le ispezioni sono veloci e nel giro di mezz'ora possiamo lasciare il porto ed iniziare il viaggio in questo paese a 23.000 chilometri dall'Italia, estremo lembo di mondo abitato.
Puntiamo verso la penisola del Coromandel, a sud di Auckland, e vediamo confermata la nostra prima impressione di essere ancora in Europa, il paesaggio è simile a quello inglese... e allora perché questo lungo viaggio agli antipodi? Ce lo chiediamo mentre corriamo lungo il nastro di asfalto che attraversa colline spoglie adibite a pascolo: abbiamo letto che le pecore sono sessanta milioni, venti i bovini. La prima impressione è passeggera e per fortuna constatiamo che in Nuova Zelanda non ci sono solo pascoli, al contrario il paese è estremamente vario, un microcosmo di tutte le diversità geografiche del pianeta che vengano conservate gelosamente grazie a una forte coscienza ecologica. Gli abitanti non raggiungono i quattro milioni su una superficie che è quasi uguale a quella dell'Italia e per questo è stato possibile mettere sotto tutela il 30% del territorio creando un gran numero di parchi nazionali e zone protette. Esistono ancora, particolarmente nell'inospitale lato occidentale dell'isola del Sud, molte aree selvagge e solitarie, dove non ci sono insediamenti umani. In questo contesto naturale si incontrano spiagge deserte lunghe centinaia di chilometri, fiordi profondi raggiungibili solo dal mare, vulcani attivi, geyser, grandi laghi, ghiacciai che affondano le loro lingue nelle foreste tropicali, boschi di kauri giganteschi e di felci arboree.
Spesso non è facile trovare un posto dove pernottare perché nei posti panoramici e nei parcheggi vicino a zone di richiamo turistico c'è l'immancabile cartello "no overnight" - divieto di pernottamento", quando lo ignoriamo, appena fatto buio, appare regolarmente un incaricato che cortesemente ci fa sloggiare; l'alternativa è cercare posti più appartati o ripiegare sui camping che in genere hanno tutte le comodità possibili e prezzi più che civili che non superano le 25.000 lire a notte (circa € 13.00) per un camper e due persone. L'atmosfera è quella che si respirava da noi negli anni cinquanta quando campeggiare era una festa, tutti si parlano fra loro e i rapporti sono improntati alla massima semplicità e cameratismo e non esistono divisioni in caste fra viaggiatori in camper, roulotte o in tenda. La zona di Rotorua è anche una dei maggiori centri di cultura Maori e qui è il posto ideale per saperne di più su questo popolo, un tempo fiero e bellicoso, che non si fece annientare, come gli aborigeni australiani, ma seppe opporre una tale resistenza agli inglesi che quando questi capirono che non si sarebbero mai arresi, ritennero più saggio venire a un accordo e firmarono il cosiddetto Trattato di Waitangi.
Proseguiamo senza fretta verso sud, le tappe sono brevi, generalmente meno di cento chilometri al giorno, ci fermino a guardare e a fotografare, ci concediamo pause per cercare di capire l'essenza di questo paese che ci appare contraddittorio: da una parte si presenta e si vende al turismo internazionale come simbolo della natura intatta e nello stesso tempo è la sua più palese negazione. La realtà è che dopo l'arrivo degli europei e la relativa massiccia introduzione dell'allevamento delle pecore, il paese fu ridotto a una landa adatta solo al pascolo, basti pensare che è stato distrutto fino al 96 per cento delle foreste di kauri, veri giganti della natura. Oggi semmai va riconosciuto che la Nuova Zelanda sta facendo grandi sforzi per riparare i danni del passato e ricostruire l'ambiente compromesso è avvertito come un dovere civile: si stanno ripiantando specie vegetali originali in zone dove erano state estirpate e si sta cercando di proteggere i superstiti uccelli non volatori, come i kiwi, che sono stati decimati dagli animali portati sulle isole dai coloni. Sicuramente i neozelandesi hanno una profonda anima ecologica, basti pensare alle loro proteste contro gli esperimenti nucleari francesi in Polinesia, all'appoggio dato a Greenpeace nelle sue campagne ambientaliste e la influente presenza dei verdi in parlamento. Ascoltiamo al telegiornale la notizia di un cane randagio che ha distrutto una trentina di nidi di pinguini blu vicino a Dunedin: evidentemente la gente è sensibile a questo tipo di notizie.
Da Wellington prendiamo il traghetto che in un paio d'ore ci porta a Picton nell'Isola del Sud e qui si ha l'impressione di essere in un altro paese: ancor meno abitato, il paesaggio è più selvaggio, anche se non mancano grandi estensioni coltivate a frutteti e qui la presenza dei Maori è quasi nulla. Proseguiamo sulla strada a continui saliscendi della West Coast che è la più piovosa di tutto il paese: in certe zone cadono fino a cinque metri di pioggia l'anno! Arriviamo ai ghiacciai di Franz Josef e di Fox e restiamo stupiti, non tanto dalla massa di ghiaccio, quanto dalla vegetazione tropicale che vi cresce intorno. Giorno dopo giorno si allungano le annotazioni che prendiamo sul nostro taccuino di bordo: queste ci aiutano a ricordare la maggior quantità di cose possibili e di farci rivivere, anche a distanza di anni, la particolare atmosfera di un momento, qui sono annotati i pensieri che ci vengono in mente, spesso una solo parola o una breve frase.
Se si parla di Kiwi il discorso va automaticamente sull'animale che è stato la causa della sua quasi scomparsa: l'opossum che è considerato una specie di nemico pubblico numero uno e la prima emergenza ambientale del paese. Ce ne sono a milioni, dicono sessanta milioni come le pecore, e ce ne rendiamo conto dal gran numero che se ne vedono schiacciati a decine dalle macchine anche su strade di poco traffico. Prima veniva cacciato per la morbida pelle, ora che l'industria della pellicceria è andata in crisi, gli opossum si moltiplicano a dismisura e mettono in pericolo anche le poche foreste non ancora trasformate in pascolo, perché si ciba di germogli e foglie. La lotta contro l'opossum si è fatta più agguerrita, dalle trappole si è passati a metodi più radicali e intere regioni sono state cosparse di esche avvelenate. Qualcuno ci scherza su e vengono venduti poster e adesivi che invitano gli automobilisti a dare gas quando un opossum traversa loro la strada. Il nostro contributo a questa guerra senza quartiere é in verità modesto: quando una sera all'imbrunire ce ne troviamo uno davanti alle ruote, pigiamo sui freni e diamo modo all'animaletto, che ha un musetto molto simpatico e carino, di mettersi in salvo.
Lasciamo la costa e arriviamo nella graziosa cittadina di Queenstown sul lago di Wakatipu, nota in tutto il mondo come la "capitale mondiale del brivido". Qui si praticano gli sport più estremi: il più famoso è il Bungy Jumping, il salto da un ponte appesi a una corda elastica, poi c'è il jet boating a bordo di motoscafi a reazione con motori a getto d'acqua che scendono a velocità folle lungo canjon strettissimi, il fly by wire con cui chi vuol provare una bella scarica di adrenalina viene imbracato in una specie di missile appeso a un cavo teso fra due colline e sparato da una parte all'altra della valle; poi ci sono gli altri sport più tranquilli, si fa per dire, come il parapendio, il rafting lungo le acque schiumose dei fiumi, la canoa fluviale, il paracadutismo, l'arrampicata libera, il volo con aerei ultraleggeri e chi più ne ha più ne metta. Gli affari non devono andare male perché sono decine le agenzie turistiche che propongono i pacchetti del brivido, il più richiesto sembra essere "Adrenaline 4", che è tutto un programma... Purtroppo le cose non sempre vanno per il verso giusto e a qualcuno capita di lasciarci la pelle; qualche giorno fa sui quotidiani era riportata la notizia di una ragazza olandese che era annegata quando il gommone con il quale scendeva le rapide dello Shootover River si è rovesciato e la poveretta è era finita incastrata sotto una roccia. Siamo sul Kawaru Bridge, il fiume scorre 43 metri più in basso; su questo vecchio ponte di legno turisti provenienti da ogni parte del mondo, per lo non modica cifra di settantacinque dollari, provano l'ebbrezza della caduta libera appesi a un elasticone.
Assistiamo a una scena molto penosa: una ragazza si blocca al momento del salto ed ascolta per buoni dieci minuti i discorsi di convincimento sempre facendo segno di si con la testa, quando sembra convinta a buttarsi, all'ultimo momento scoppia in un pianto dirotto; a questo punto lo "psicologo" si da per vinto e la poveretta raggiunge a testa basta e sempre singhiozzando il gruppo degli amici. Due le città interessanti nell'Isola del Sud: Dunedin e Christchurch: la prima venne fondata da coloni scozzesi e quando nel secolo scorso fu scoperto l'oro nei suoi dintorni divenne una splendida città vittoriana e ancora oggi buona parte del suo patrimonio architettonico è sopravvissuto. Christchurch è invece un pezzetto di Old England trapiantato agli antipodi: i suoi colleges severi ricordano un po' quelli di Oxford, gli studenti portano la divisa a righe e cravatta, i suoi pubs sono pieni di giovani.
Qualche volta ci capita di accamparci accanto a camper, spesso ricavati da vecchi autobus, in cui abitano strani tipi alternativi: gente che ha scelto la vita nomade e che vive fabbricando piccoli oggetti di artigianato e soprattutto di sussidi statali. Sul lungomare di Hokitika i nostri vicini sono una coppia male in arnese che abita in un camper quasi a pezzi con cinque figli più uno in arrivo. I bambini sono bellissimi ma sporchi e malvestiti. Chiediamo perché non pensano a trovarsi un vero lavoro e una residenza stabile che permetterebbe ai bambini di andare a scuola. La risposta che riceviamo ci lascia sbalorditi: la strada è la migliore scuola del mondo e si dura meno fatica a ritirare l'assegno di disoccupazione all'ufficio postale che alzarsi la mattina per andare in fabbrica o a tosare pecore. I "mantenuti di stato" non sono solo i Maori.
La parte meridionale dell'Isola del Nord è la più sottosviluppata del paese e traversiamo paesetti quasi completamente abbandonati, l'unica attività qui è l'allevamento delle pecore, ma i giovani voltano le spalle alla campagna ed emigrano verso i centri maggiori che offrono più divertimenti e opportunità.
Le settimane passano veloci ed ogni giorno c'è qualcosa di nuovo e singolare da vedere. Nei dintorni di Waitomo si estende una grande zona carsica con vaste grotte ed una di queste è veramente particolare. Quando si scende nella Glow-worm Cave a prima vista si ha l'impressione di essere nella consueta grotta piena di stalattiti e stalagmiti con luci diffuse che mettono in risalto gli anfratti più nascosti, poi si sale su un barchino a fondo piatto che la guida spinge con una pertica lungo un fiume sotterraneo: il buio è assoluto e quando gli occhi si sono abituati all'oscurità appare un irreale "paese delle meraviglie": milioni di piccole luci tempestano le pareti della grotta, una fantastica via lattea che si estende per centinaia di metri; sono lucciole, molto più grandi di quelle che conosciamo noi, che durante il giorno trovano condizioni ideali nella grotta e che a notte escano all'aperto. Traversiamo quello che rimane delle grandi foreste di kauri, alberi giganteschi secondi per altezza solo alle sequoia della California e infine raggiungiamo Cape Reinga, sulla cima di una selvaggia scogliera, il punto più settentrionale della Nuova Zelanda in cui le acque del Mar di Tasman incontrano quelle del Pacifico formando onde gigantesche.
Il giorno del nostro arrivo i villaggi intorno al Capo sono in lutto perché un giovane sub Maori è annegato mentre pescava abaloni lungo la costa. Tutta la zona è tapu, i negozi sono chiusi e per una settimana non è permesso pescare, cercare molluschi né immergersi nel mare. Siamo ancora accampati sullo spiazzo davanti al faro, quando vediamo arrivare lentamente su per la strada sterrata il carro funebre seguito da centinaia di automobili: tutta la popolazione maori accompagna la salma del giovane sulla cima del promontorio che domina la Baia degli Spiriti, da dove, secondo la tradizione indigena, le anime dei morti prenderanno il volo per la mitica isola di Hawaiki, la "patria degli antenati". Auckland dopo due mesi ci da il suo benvenuto con splendide giornate di sole e la "città delle vele" con la sua baia dove incrociano centinaia di imbarcazioni fa onore al suo nome.
Di fronte al porto è stato costruito l'America Cup Village con i moli delle barche che partecipano alla celebre regata. La squadra italiana di "Luna Rossa" trascorre qui i mesi estivi allenandosi per la prossima edizione del 2003. Sul molo sventola un enorme tricolore e pensiamo di accamparci proprio qui con una vista eccezionale sulla città. L'intero complesso è presidiato come una base militare, ogni squadra è gelosa dei segreti della propria barca ed è vietato strettamente l'ingresso a ogni estraneo. Arrivati al cancello d'ingresso, con una discreta faccia tosta ci presentiamo alla guardia -Italian team- . Lui guarda incuriosito la targa italiana, pensa che dobbiamo essere qualcuno della squadra e ci fa passare. Conosciamo così i ragazzi dei due equipaggi, ascolteremo i racconti delle loro regate, dei duri allenamenti, dei loro sogni ed è bello sentirsi come a casa, anche in capo al mondo.
Mancano pochi giorni all'imbarco del camper per l'Australia e ci prepariamo alla nuova partenza. Le raccomandazioni della compagnia di navigazione sono pressanti, le disposizioni sanitarie australiane sono molto severe e il camper deve presentarsi al porto pulitissimo altrimenti non verrà imbarcato. Passiamo ore a lavare e a lustrare e quando ci presentiamo alla "quarantena" per l'ispezione siamo molto orgogliosi del nostro veicolo lucidato a specchio. Un funzionario dall'aria flemmatica, molto inglese, ispeziona l'interno in ogni armadietto, i gavoni, le ruote di scorta, addirittura guarda sotto il profilo degli scarponi per vedere se è rimasta della terra, squadra infine la carrozzeria e sembra essere soddisfatto; poi per ultimo mette una mano sotto il passaruota e ne esce con una manciata di fango secco e sterco di vacca. Ci fulmina con un'occhiata e mentre si ripulisce la mano con un fazzoletto ci ordina di portare immediatamente il camper a un lavaggio a vapore, altrimenti niente imbarco. Siamo sinceramente mortificati. Quando ci ripresentiamo l'esame è superato a pieni voti e il camper viene subito imbarcato sul Tampa, che già in banchina: ci rivedremo fra dieci giorni a Sydney.
"La maggior parte di noi porta dentro di sé per tutta la vita un sogno, per noi questo sogno è stato quello di poter fare, un giorno, un viaggio in camper intorno al mondo. Un viaggio che si è alimentato per decenni di letture, proiezioni, incontri con persone che, con i loro racconti, ci rendevano partecipi delle loro esperienze in paesi lontani.
Viaggio effettuato nel Gennaio-Marzo 2001 da Cesare Pastore, www.campervagamondo.it. Potete trovare ulteriori informazioni sulle località toccate da questo itinerario nella sezione METE. |
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